Festival sì, ma teatri no.

Festival sì, ma teatri no.

Gabriele Lavia

Da il Messaggero 23/01/2021 Sanremo, Lavia: "Il teatro muore e pensano al Festival, una volgarità favorire kermesse mediatiche" di Katia Ippaso

«Ci vogliono morti. Il teatro non è mai piaciuto al potere. Dà fastidio». Gabriele Lavia non è uomo che cerca l'accomodamento. Ha vissuto una vita intera in palcoscenico, cercando risposte, per sua ammissione provvisorie, al mistero dell'esistere. Non sarà la pandemia, e tanto meno il clima di restrizioni e interdizioni rispetto ai luoghi della scena, a farlo retrocedere dalla sua profonda convinzione: «Il teatro è fatto di corpi vivi. Tutto il resto è miseria». Anche apparire in streaming è miseria: «Mi sono rifiutato tutte le volte che me l'hanno proposto. Per me, sono robettine messe in una scatola. Come non si può fare sesso per telefono, non si può fare teatro in streaming».

L'ATTACCO
Eppure, in tutta questa desolazione, non tutti sono finiti per strada. Anzi, secondo Lavia, «qualcuno ci ha persino guadagnato». «Il teatro pubblico ha fatto un affare con il Covid. Tutti quegli impiegati che prendono 14, 15 mensilità, ecco loro stanno al sicuro. Non conviene riaprire i teatri. Basta fare cosette in streaming. Nessuno vuole tornare a scritturare dal vivo quei rompicoglioni degli attori e dei tecnici. Mi vergogno per i politici. Credo che la pagheranno, ma non in questa vita. In questa vita sono tutti felici». La questione è antica. E l'attacco non è diretto al ministro Franceschini: «Non è lui che si è inventato il Covid. Di Covid si muore veramente». Il problema è nell'accettazione apatica dell'esistente: «Ho saputo che il Festival di Sanremo si farà con il pubblico in sala mentre i teatri sono chiusi da mesi. Ha fatto bene Moni Ovadia a dire che un Paese che favorisce le kermesse mediatiche, è un Paese miserabile. Io dico di più: è una gigantesca volgarità».

L'ALTRA METÀ
C'è però un'altra metà del Paese, «quella che forse vive in un altro pianeta», che non solo se ne infischia di Sanremo («le canzonette? mai piaciute») ma che amerebbe tornare a teatro. «I teatri sono i luoghi più sicuri in cui stare. Ci sono cerimoniali precisi che garantiscono una distanza di sicurezza. Le sembra che questa distanza sia assicurata nei supermercati? Il fatto è che per me dovrebbe esistere un ministero apposito. Un ministero del teatro differente dal ministero del cinema e dell'arte. Il museo è cultura, ma morta. Il teatro è cultura, ma viva». Secondo Gabriele Lavia, il potere trova inaccettabile il fatto che gli attori siano scabrosamente vivi, con corpi e sentimenti esposti. «Il teatro è la cosa più difficile che esiste. Anche vivere è molto difficile. Come l'amore. L'uomo è precario, imperfetto. Ma è proprio di questa imperfezione che si occupa il teatro».

IL TESTO
A 78 anni, Lavia ammette di non aver mai fatto una crociera. Odia le vacanze. E anche se domina una totale incertezza rispetto alla data di riapertura dei teatri, ogni giorno prova in una piccola sala di Roma il suo nuovo spettacolo: Le leggi della gravità, dal romanzo di Jean Teulé, accanto a sua moglie, Federica Di Martino, e a un giovane attore, Enrico Torzillo. Teoricamente, lo spettacolo dovrebbe debuttare il 13 febbraio al Flavio Vespasiano di Rieti e chiudere la tournée a maggio al Quirino di Roma. «Ho scelto questo testo perché ha pochi attori. È la storia di una donna che, dopo dieci anni, si presenta in commissariato denunciandosi per l'omicidio del marito».
La scorsa estate, a Bari, Lavia ha girato anche un film, ispirato a L'uomo dal fiore in bocca. «Avevo già fatto il testo di Pirandello a teatro. Non è stata una mia idea, ma di Manuela Cacciamani, che l'ha prodotto con Rai Cinema. Io ero un po' perplesso, ma forse aveva ragione lei. Non sappiamo ancora quando verrà alla luce, devo finire di montarlo, devo dire però che sta venendo molto bene». L'uomo dal fiore in bocca parla della malattia e della morte: «È la condizione umana». Sull'aldilà, però, non si pronuncia: «Non me lo immagino. Pur non essendo un materialista, non ho il dono della fede. Diciamo che non li considero affari miei».